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LIBMAGAZINE: l'articolo del blogger...

“La politica estera comunista e post-comunista tra passato e presente”


Recentemente ho ripreso tra le mani un numero del febbraio 1994 di "Nord e Sud", - l'autorevole rivista di politica e cultura fondata dall'indimenticabile Chinchino Compagna - dedicato in buona parte alla Sinistra di governo, una Sinistra ormai in predicato, secondo gli analisti del tempo, di vincere le imminenti elezioni politiche con la "gioiosa macchina da guerra" di Akel Occhetto & co. Tra gli interessanti saggi pubblicati, - Emanuele Macaluso "i riformisti da Togliatti al postcomunismo"; Amedeo Lepore "l'Amendola di governo"; Paolo Macry "economia e politica nelle regioni rosse" - mi ha colpito e intrigato quello di Massimo Galluppi (docente di Diritto Internazionale all'Università Orientale di Napoli), denominato "Dall'attrazione fatale per l'Urss alla tentazione dell'universalismo cattolico".
Lo studioso analizza le politiche internazionali del PCI e del PDS, rintracciando elementi che, a mio avviso, sono ancora presenti in buona parte del gruppo dirigente, nella base degli iscritti e dei simpatizzanti degli attuali DS. Scrive Galluppi: "l'effetto della distorsione del rapporto PCI-Urss è stato la sistematica demonizzazione della politica estera americana e la beatificazione altrettanto sistematica di quella sovietica. L'Urss - potenza pacifica par excellence - era impegnata a difendere la libertà dei popoli oppressi mentre l'imperialismo americano tesseva le sue trame sanguinose ai quattro angoli del mondo."
Se i tragici eventi di Ungheria (1956) non scossero le fondamenta della politica internazionale del Pci e il suo legame con Mosca, l'intervento dei carri armati a Praga nell'agosto 1968, indusse il PCI ad esprimere "grave dissenso": per i rapporti con la Chiesa sovietica si trattò di un passo importante per l'autonomia. "Sebbene - continua Galluppi - al XII Congresso del 1969, Berlinguer attenuò la portata delle critiche rivolte al Pcus sulla questione ceka e ribadì con forza la volontà di non rompere i legami con l'Urss (G.Galli, Storia del Pci, Milano, 1993)". Tuttavia la rottura, il cosiddetto "strappo" avvenne tra il 1976, quando Berlinguer dichiarò l'adesione del Pci al Patto Atlantico, la sicurezza "dell'ombrello NATO", e il 1981 quando il segretario comunista dichiarò "esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d'ottobre", sebbene soltanto tre anni prima Berlinguer aveva affermato che la lezione leninista era ancora valida e attuale, provocando la reazione di Bettino Craxi con il famoso saggio su Proudhon. In questo "range", si collocano altresì l'invasione sovietica dell'Afghanistan ('79) e la repressione di Solidarnosc in Polonia ('81), eventi verso i quali il PCI reagisce in modo confuso e contraddittorio.
"Cambia dunque la linea del PCI, secondo Galluppi, ma non la cultura politica", laddove questi segnala la sottoscrizione della delegazione italiana al documento dei 29 partiti comunisti riuniti a Berlino Est (giugno '76) sulla "politica dell'imperialismo e del neocolonialismo" naturalmente americano. In sostanza i cambiamenti sono provocati più dalle vicende interne all'Urss piuttosto che da un percorso autonomo del gruppo dirigente del PCI. Rileva infatti Galluppi che nell'Urss si sviluppò una linea di pensiero secondo il quale "le relazioni tra i popoli erano condizionate dall'esistenza di problemi 'globali' per i quali non erano possibili soluzioni unilaterali e nello stesso periodo cominciò nel PCI l'assimilazione delle teorie sulla 'globalizzazione' del sistema internazionale elaborate dai politologi americani (cfr. Giorgio Napolitano, "Oltre i confini", 1989)". Con l'avvento dell'era gorbaciovana l'approccio del PCI ai temi della politica mondiale cambia ulteriormente e in profondità: il rapporto Est - Ovest viene rivisto alla luce delle interdipendenze; le questioni ambientali, del debito del Terzo mondo, delle spese per gli armamenti, divengono centrali nell'elaborazione del PCI, sorpassando concetti vecchi come imperialismo e distensione. Tuttavia il crollo dell'Urss costrinse nuovamente il PCI ad affrontare nuove sfide impreviste. "L'equilibrio bipolare non esisteva più e la preoccupazione (del PCI) - secondo Galluppi - era che il nuovo ordine mondiale nascesse all'ombra dell'egemonia americana e della vittoria del modello capitalistico", quasi a voler esorcizzare quanto avrebbe preconizzato il politologo nippo-americano Francis Fukujama nel suo celebre saggio "La fine della storia". "L'impostazione moderata e socialdemocratica che diede Occhetto, prosegue Galluppi, fu giudicata troppo prudente dalla sinistra di Cossutta e di Ingrao che criticarono violentemente Occhetto, rivelando uno stato di diffusa conflittualità acuta che investiva l'impostazione complessiva della politica estera del partito".
Ma il dissenso non riguardava solo il gruppo dirigente e Galluppi, nel citare un saggio di Pietro Ignazi, ("dal Pci al Pds", Bologna 1992), segnala come nei "quadri intermedi rimaneva fortissimo l'attaccamento a battaglie politiche del passato, che induceva i delegati al congresso di esprimere laloro convinzione che l'Urss, nonostante errori e deviazioni, non aveva mai messo in pericolo la pace (44%); "che Israele non è un paese democratico (74,10%)"; che la NATO ha limitato la sovranità nazionale e non ha consentito l'affermarsi della democrazia in Italia (79,3%); che gli Usa sono una potenza imperialista (92,9%); che il Terzo mondo è sfruttato dall'Occidente (96,9%).
Un dato sconcertante quello che riguardava Israele!Nell'ultimo congresso del PCI ('99), in un clima di tensione dovuto alla Guerra del Golfo - condannata unanimamente nonostante la risoluzione ONU (giudicata in crisi e al servizio della politica americana) e l'intervento di paesi arabi al fianco degli Angloamericani - nonostante i tentativi di Occhetto di mediare le diverse anime del partito (attaccando la Nato ed esaltando il ruolo dell'Europa), avvenne la scissione che portò alla nascita del partito di Cossutta. L'ala riformista migliorista, per bocca di Napolitano, tentò di respingere la lettura catastrofista degli eventi che trasformava la Guerra nel Golfo nell'antitesi del 1989; rifiutò di accettare il vecchio armamentario antiamericano, manifestando decisa repulsione per l'identificazione strumentale e rinunciataria con i movimenti pacifisti, dai quali il partito doveva saper distinguere la sua funzione (L'Unità, 3.02.1991). Ma l'analisi di Galluppi non si limita a descrivere il conflitto, nè a spiegarlo semplicemente quale confronto tra destra e sinistra: "il dibattito al XX congresso, il realtà, riguardava l'intero PCI e la fatale attrazione che l'Urss continuava ad esercitare sul partito e i suoi quadri ed iscritti. Un legame, che trascendeva l'esperienza di Gorbaciov, rinviando a quello con il mito della rivoluzione bolscevica".
La pulsione filosovietica implicita nella scelta della perestrojka fu, secondo Galluppi, alla base dell'errore di valutazione del processo di globalizzazione della politica mondiale: il Nuovo ordine mondiale, secondo il gruppo dirigente del partito, si sarebbe sviluppato naturalmente dal nucleo interno del sistema bipolare grazie all'azione demiurgica delle due superpotenze. Interpretazione che entrò in crisi con il collasso dell'Urss. Sulla questione del Governo mondiale non vi erano dunque identità di vedute tra l'ala riformista e quella di sinistra, ma entrambe puntavano sulla presenza di un Urss forte ed autorevole (benchè "glasnosticamente" riformata) indispensabile come contrappeso agli Usa. Scomparsa l'Urss, tutto diveniva sicchè possibile, compresa l'eventualità di un Consiglio di Sicurezza onusiano docilmente nelle mani di Washington e che dunque il Nuovo ordine mondiale cadesse sotto l'egida americana, in un rinnovato e temibile Washington consensus. Epperò tale ipotesi non era nelle previsioni e nelle aspettative di nessuna delle componenti del vecchio PCI e pertanto è comprensibile la crisi che generò la Guerra del Golfo e il ruolo degli Usa nel conflitto tra ONU e Irak e la questione drammatica dell'uso della forza come strumento di azione politica.
Dacciò, secondo lo studioso napoletano, ne consegue che "la linea del PCI e del Pds in itinere, si fondava su basi inconsistenti: lo stesso Napolitano, nel libro citato, prefigurava la risoluzione del problema della guerra e della pace mediante schemi canonizzati dalla tradizione ufficiale del partito degli ultimi 40 anni: con Giovanni XXIII e il Togliatti di Bergamo quali testimoni della pace tra i popoli nell'epoca della Guerra Fredda e Gorbaciov apostolo della pace degli anni '90."
Un approccio estremamente semplificato che consentiva di affrontare i problemi della guerra nucleare e della deterrenza, ma non quelli della guerra convenzionale: e infatti si dimostrò insufficiente durante la crisi del Golfo. La guerra, malgrado le sofisticazioni degli armamenti moderni, era ancora la prosecuzione della politica con altri mezzi e il richiamo ad una generica quanto velleitaria "cultura della pace" (Occhetto, 1991) offriva un'identità al partito nel suo insieme, ma si rivelava un gesto paradossale innanzi ad un sbandierato rinnovamento. "Il marxismo leninismo non aveva nulla a che fare con la pace e i comunisti italiani non erano dei pacifisti autentici. Ma dopo mezzo secolo di campagne per la pace avevano maturato una doppia coscienza: tollerante nei confronti della politica militare del Cremlino e intollerante nei confronti di quella americana, dalchè fu abbastanza naturale ritornare alla semplice riproposizione di vecchi slogan antimperialisti dai quali riemerse il profondo, viscerale, istinto antiamericano. Sentimento diffuso - deduce Galluppi - in tutti gli strati del partito e condiviso, salvo qualche eccezione, dall'insieme del gruppo dirigente, l'antiamericanismo è una delle principali eredità lasciate dal Pci al Pds. Rimosso in alcuni, accuratamente celato in altri, l'antiamericanismo è un sentimento che scorre dentro il corpo del partito come un fiume carsico, pronto a riemergere tutte le volte in cui l'incubo della potenza americana è troppo forte per essere sopportato e il mix di individualismo e di capitalismo proposto dagli Usa come modello di sviluppo globale, s'infrange contro la capacità di risolvere le sue interne contraddizioni."
Galluppi conclude ipotizzando per il Pds un'identità che si sposerà a quella dell'universalismo cattolico, rimanendone subalterno, ma - e non cela il suo personale auspicio - pure ipotizza che emerga una nuova cultura politica, più vicina a quella della "democrazia liberale". Benchè lo scritto di Galluppi si presti a rilievi critici, atteso che è stato scritto nel '94 e che dunque non può misurarsi sulla successiva minaccia del terrorismo islamicofascista, dalla sua interessante e ricca disamina delle tappe più significative che hanno scandito l'evoluzione della politica estera del PCI e del Pds, è ben possibile comprendere i motivi che imbarazzano anche alcuni esponenti diessini (Ranieri, Caldarola, Debenedetti, per esempio) quando ascoltano o leggono le dichiarazioni di Massimo D'Alema o Luciano Violante su Israele e il conflitto in Medio Oriente. Posizioni che non rappresentano, malgrado l'autorevolezza, tutte le posizioni presenti nel partito sulle querelle, posizione alla quale invece Fassino - giudicato "un po' troppo sionista" da D'Alema - offre la sua voce autorevole, giusta ed equilibrata, rivendicando forti sentimenti di amicizia verso Israele e il suo popolo, senza cadere in ambigue e pelose equidivicinanze. Approcci che tuttavia si spiegano alla luce di un percorso che non inizia alla Bolognina, ma che affonda le proprie radici nel passato. Un passato che riemerge, spesso tignosamente, giacchè le attuali crisi internazionali andrebbero lette con altra strumentazione, che buona parte dei dirigenti dei DS non possiede. Prendiamo la questione dell'unilateralismo americano, che il Ministro D'Alema ha perentoriamente affermato esaurito, alla stregua delle decisioni onusiane durante la recente guerra Israele vs. Hizbullah. La premessa dalemiana è che gli Stati Uniti con l'Amministrazione Bush hanno optato per l'unilateralismo, provocando disastri, come dimostra l'Irak. Non in Afghanistan, dove la forza militare è sotto bandiera ONU e NATO, come se i terroristi facessero differenze tra i vessilli di chi li combatte.
Invero, D'Alema e tanti altri fanno finta di non sapere che l'approccio americano è sempre stato un mix di multilateralismo e unilateralismo. Il primo ha trovato il suo apogeo durante la Guerra Fredda, giacchè la politica di contenimento realista dell'URSS, - elaborata dai Kennan e dai Kissinger e praticata da Truman e le successive Amministrazioni - in uno alla salvaguardia dell'interesse nazionale, poteva essere perseguita efficacemente soprattutto mediante Istituzioni sovranazionali, a mezzo di decisioni condivise in particolare con l'alleato europeo. E se in alcune occasioni gli USA hanno rinunciato all'unilateralismo, - come osserva Robert Kagan - è soltanto perché con l'Europa condividevano gli stessi obiettivi strategici e una simile, o quasi, percezione del pericolo che rappresentavano il Cremino e il Patto di Varsavia. Eppure, con la Prima guerra del Golfo, in uno scenario internazionale ormai unipolare, Bush sr. optò per una scelta multilaterale, che tuttavia non appagò - come scriveva Galluppi - il bisogno di legalità internazionale degli ormai postcomunisti italiani. In ogni caso, in un mondo divenuto sempre più unipolare, era evidente che gli USA avrebbero marcato il proprio unilateralismo, giacchè l'Ordine mondiale dopo l'implosione dell'impero sovietico, venuto meno uno dei principali "Stati guida" (per dirla con Huntington), non era più governabile soltanto con l'ausilio dell'ONU e della NATO. L'ONU infatti, come saprà certamente D'Alema, fu voluta e concepita da Roosevelt, mentre la II Guerra mondiale si concludeva, al fine di garantire una Pax mondiale, sia quale rimedio futuro agli errori commessi dagli USA dopo la I Guerra mondiale, quando lasciarono gli scorpioni europei (per usare un'icastica espressione di Walter Russel Meal) a pungersi tra loro, sia per imbrigliare l'espansionismo sovietico, che dopo la guerra, da alleato sarebbe diventato il principale avversario americano. La NATO, era un patto militare transatlantico, che doveva fungere da monito all'Urss, giacchè il patto prevedeva una mutua assistenza, talchè colpire la Francia o l'Italia equivaleva a colpire gli Stati Uniti. E' dunque chiaro che sia l'Onu che la Nato, sono il frutto di politiche elaborate all'interno della cornice della Guerra Fredda e di un mondo bipolare, che dopo il 1989 non esisteva più. Dacciò il solco che tra Usa ed Europa si è generato: scomparso il principale obiettivo strategico, cioè il contenimento dell'Urss, mancava di conseguenza una visione condivisa dell'Ordine mondiale.
Questo spiega le profonde differenze tra americani ed europei, - messe a fuoco nitidamente principalmente dal neocon Kagan - laddove i primi coniugano soft ed hard power, multilateralismo e unilateralismo in modo pragmatico, mentre i secondi privilegiano soltanto i primi, avendo ripudiato l'uso della forza quale strumento per dirimere le controversie internazionali, preferendo ricorrere a politiche di contenimento e di appeseament, optando sempre e comunque per scelte condivise in seno ad organismi multilaterali. Purtroppo il passato talvolta ritorna e nel caso dei DS, o meglio di parte del suo gruppo dirigente, questo passato non consente di guardare al Mondo così com'è, ma al Mondo per come si vorrebbe, cadendo in un deprecabile quanto pericoloso wishful thinking.

GN

Fonti:
Nord e Sud, ESI, Napoli, 2/1994;
Francis Fukujama, “La Fine della storia e l’ultimo uomo”, Rizzoli, 1990;
Robert Kagan, “Paradiso e Potere, America ed Europa nel Nuovo ordine mondiale”, Mondatori, 2003;
Samuel P. Huntington, “Lo scontro delle civiltà e il Nuovo ordine mondiale”, Garzanti, 1996.

Pubblicato il 17/10/2006 alle 17.17 nella rubrica Diario.

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