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Il fardello del non pacifista (a proposito dell'uso pornografico della morte dei bambini)

IL FARDELLO DEL NON PACIFISTA



La guerra di Gaza, – con i suoi lutti e le sue macerie – non lascia indifferenti chi ama Israele.

Perché amo Israele. Perché è l’utopia realizzata di un popolo perseguitato ingiustamente dopo millenni, sottoposto ad un tentativo genocidiale senza precedenti. Tentativo in massima parte riuscito, giacchè l’ebraismo oggi vive e pulsa non più in Europa, ma essenzialmente negli Stati Uniti e in Israele. Amo Israele perché è la vendetta più sublime che si sono meritati i nazifascisti. Amo Israele perché è il rifugio di ogni ebreo e al tempo di chiunque voglia vivere da uomo libero. Perchè è una nazione nata dal basso, che ha mixato etnie diverse e talvolta agli antipodi. Un esempio di società multietnica e multiculturale, dove convivono usi e costumi diversissimi, eterogenei. Perché è un unicum. Una società democratica e liberale, con laboratori di socialismo, nel cuore del medio oriente. Ha molti nemici Israele. Prima della sua nascita. Durante la sua faticosa costituzione. Appena nacque c’era già qualcuno pronto a distruggerlo. Non vi riuscì. E non vi riuscirà mai.

Induce invidia Israele.

Terre desertiche trasformate in agrumeti e giardini. Città moderne. Università di eccellenza. Ospedali all’avanguardia. Un fiorire di cultura. Di arte. Architettura. Letteratura. Cinema. Musica. Premi Nobel. Hitech e Biotech. Una democrazia viva, litigiosa, che sa unirsi quando è necessario. Una magistratura indipendente. Media e giornali liberi. Non c’è nulla in cui Israele non eccella. Ci sono puttane, ladri, assassini e pure una discreta mafia. Accoglie e protegge gli omosessuali palestinesi che nella loro terra sono massacrati. Non vige la pena di morte in Israele, diversamente dalla Palestina, dove si ammazza con sentenze e senza sentenze. Per quei morti sul patibolo giammai si sono accese le luci del Colosseo e nessuno ha mai protestato. Accoglie profughi da tutto il mondo. Pensate che meraviglia per un popolo, che certo non è mai stato omogeneo a dispetto di una diffusa vulgata, ritornare alla terra dei padri e riunirsi a quelli che erano sempre rimasti. Lassù a Gerusalemme, poiché se vi fu diaspora, vi furono ebrei che da sempre hanno abitato in quella terra.

Divago.

Per dire semplicemente che il fardello feroce delle morti di Gaza è dentro di me. E di tutti quelli che conosco e che amano come me Israele. Noi sappiamo che i bambini di Gaza, – mostrati oscenamente e direi con gusto pornografico dai malvagi e dai compassionevoli di professione a senso unico – sono stati usati per fini di immonda propaganda. Tutti sanno che i miliziani di Hamas hanno imposto alle famiglie palestinesi di offrire le loro case come basi per lanciare missili. Onde così farli morire dal fuoco israeliano. E se si rifiutavano li uccidevano. Tutti lo sanno. Ma nessuno, o quasi, lo ha detto. Nessuno, o quasi, ha il coraggio. Hanno usato come scudi bambini, vecchi, donne. Hanno usato il sangue e le budella per intimidire e per provocare e per dire ecco Israele: che schifo!

Ancora una volta qualcuno è cascato nel tranello. Questi di Hamas (e tanto dicasi per AlQuaida, per Hizbollah e per la combriccola dei pasdaran iraniani) sono dei fascisti matricolati, ma non abbiamo il coraggio di dirlo. E anzi, come un paradosso beffardo, è stato addirittura detto, in queste settimane, che Israele è il nuovo fascismo. Il nuovo nazismo. Che il Sionismo (un ideale risorgimentale e socialista) è una ideologia razzista. La Svastica del Terzo Reich si fonde magicamente con la Stella di David. Sono bestemmie.

Che offendono la verità e offendono i milioni di morti ebrei ammazzati dai nazisti. E i loro eredi. Una bestemmia che offende me, studioso non professionale della Shoah, della 2° Guerra Mondiale e del Nazismo. E se poi Gaza è come un Lager, come dice il Cardinal Martino… beh!

Questo è quanto. Ma questo non significa essere indifferenti. Non soffrire. Questo è il dilemma morale del non pacifista. Cioè dell’uomo di pace che cerca la concordia. Di colui che ritiene legittimo, giusto e necessario in alcuni casi, quale extrema ratio, usare la forza. Cioè fare la guerra. Significa portarsi dentro il dolore. Il pacifista integrale non vive questo dilemma. Egli rifiuta, “senza se e senza ma”, l’uso della forza e fare la guerra. Non vive e non incarna il dilemma. Lo esclude a priori. Lo strazio non lo sfiora. Egli condanna. Censura. Ma non incarna il dubbio e l’angoscia di chi ritiene legittimo per autodifesa o per fini preventivi usare l’opzione militare. Chi fiancheggia la guerra, in qualunque modo, anche a distanza di migliaia di chilometri, si accolla sul groppone e sulla coscienza un peso morale enorme. Un peso morale che il pacifista integrale non conosce, non vive e non può capire: il pacifista infatti soffre per il male che vede commesso da altri e del quale lui non è in alcun modo responsabile. L’uomo di pace che cerca la concordia, e non esclude l’opzione militare, invece soffre per un male, sebbene necessario, che egli stesso fiancheggia, seppure in modo indiretto, ideale e intellettuale: in ogni caso si sente responsabile. L’odore del sangue, ancorchè mediatico, lo nausea e la guerra rimane comunque oscena. La chiarezza morale, la lucidità politica e l’integrità etica di chi fiancheggia la guerra, - laddove esistono, perché non sempre sussistono - sono del tutto estranee al pensiero pacifista integrale: egli sfugge invero al dilemma di come combattere il male e proteggere l’innocente, ed è inseguito dall’ammonimento di George Orwell: il pacifismo è obiettivamente filofascista.

Insomma, anche il miliziano di Hamas fanaticamente odiatore degli ebrei e di Israele è un uomo. E allora figuriamoci un bambino palestinese. Come mio figlio. Gioca. Vede la TV.  E ad un tratto un missile gli arriva in casa e lo dilania. E lo polverizza. E la stessa sorte è capitata a tanti bambini israeliani ai quali quel pezzo di marmellata avariata di Vauro e quel sepolcro imbiancato di Michele Santoro non hanno dedicato mai una vignetta, mai offerto un regalo e mai imbastito una trasmissione.

Non li vediamo e non sappiamo i nomi di questi bambini giudei, perché Israele rifiuta l’uso propagandistico del sangue e delle viscere sparpagliate sulla strada.

E allora capisci.

In questo cimitero, ti affacci e vedi bambini impauriti e morti, senza fare nessuna differenza. Poi vedi i loro governanti e i loro genitori e capisci la differenza. Gli uni mandano al macello i loro figli. Gli altri li proteggono.

La differenza morale diviene essenziale. E lena il dolore per ogni bimbo morto. Lo lena con difficoltà. Giacchè il dolore permane e il dilemma non scompare.

Restano le parole, ahimè attuali, di Golda Meir: “quando gli arabi ameranno i loro figli più di quanto odiano i figli di Israele, allora si farà la pace”.

Pubblicato il 31/1/2009 alle 19.22 nella rubrica ERESIE.

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